Come si arriva a 30 anni essendo sopraffatti dalla vita?

Ho 30 anni e sono parte di una famiglia ingombrante, con due fratelli che avrei preferito non fossero “miei” e che sono una costante fonte di delusione e amarezza.

Ho 30 anni e ho sposato l’uomo sbagliato.

Ho 30 anni e sono ancora terribilmente insicura di me.

Ho 30 anni e non è che non sappia cosa fare della mia vita. Non so che cosa fare di ME in questa vita. Non ho un obiettivo. Non mi aspettano il comprare casa, fare figli … i normali progetti ed obiettivi che la maggior parte delle donne hanno.

Ho 30 anni e odio socializzare. Detesto dovermi fare andare bene le persone a tutti i costi. Non mi riesce.

Ho 30 anni e penso sempre che tutto il mondo che ce l’abbia con me.

Ho 30 anni e non ho ancora trovato il lavoro che mi piaccia.

Ho 30 anni e devo ancora giustificarmi con tutti.

Ho 30 anni e non so dove vivrò i prossimi anni.

Ho 30 anni e penso di essere talmente rotta da non essere amabile.

Ho 30 anni e voglio bene a pochissime persone.

Ho 30 anni e ho ricevuto più delusioni e porte in faccia che carezze e mani tese.

Ho 30 anni e ho vissuto più rapporti tossici che sani.

Ho 30 anni e vorrei scappare dalla mia vita.

Ho 30 anni e mi addormento ancora pensando di non risvegliarmi la mattina dopo.

Ho 30 anni, e a volte proverei sollievo se tale paura si avverasse.

Ho 30 anni e non voglio più forzarmi per gli altri.

Ho 30 anni e sono stata data quasi sempre per scontata.

Ho 30 anni e sono stufa dell’etichetta “brava ragazaa”, “brava figlia”.

Ho 30 anni e non ho ancora imparato a guardarmi allo specchio e a sorridermi.

Ho 30 anni e….

Ho 30 anni e pochi sogni.

Ho 30 anni e ho perso tempo ed energie verso le persone sbagliare.

Non doveva succedere a me

I 30 anni per molti rappresentano un giro di boa. Accade qualcosa, di incalcolabile, di imprevisto e di non contemplato perché, si sa, certe accadimenti non pensiamo possano riguardare direttamente noi. È sempre qualcosa che accade “al vicino”…

Invece no. Io non faccio eccezione.

Me sono resa conto anche quando tre anni fa mi sono trovata a fissare un test positivo.

Me ne sono resa conto quando mi sono accorta di aver amato la persona non giusta per me.

Il giorno del mio trentesimo compleanno, scattata la mezzanotte, stavo piangendo. Avevo osato gioire troppo. Saltellare, perfino. Ero stata prontamente redarguita e rimessa al mio posto.

Quando soffiai quelle candeline agoniate per tanto tempo, realizzai che qualcosa doveva cambiare. Mi sono a lungo schermata dietro la speranza che potesse cambiare.

“Sono solo un resto di speranza
Perduta tra la gente” diceva la Vanoni.

Speranza che quella mano che mi aveva più volte ferita, non si alzasse ancora minacciosa e si schiantasse su una parte del mio corpo. La speranza di avere più valore di un pane perfettamente sfornato. La speranza di valere più delle male parole pronunciate da persone di dubbia levatura culturale .

Ho vissuto di speranze.

In quanto essere imperfetto, come una pianta che ha bisogno di luce e di Acqua ma che viene posta vicino ad una fonte di calore diretto ed annaffiata poco e niente, sono andata via via spegnendomi.  ho fatto mie condotte non lusinghiere. Sono arrivata a pensare che il mio posto nel mondo fosse a ragione veduta un perimetro ben definito, poco illuminato ed inospitale… perché come si può dolersi o rammaricarsi quando in apparenza hai un partner che lavora sodo ed è bravo nel suo? Quale persona assennata ed accorta avrebbe voluto dare una mano di bianco a questa esistenza ?

Ad agosto ho maturato dentro di me la consapevolezza che, per quanto si possa tirare un elastico, arriva prima o tardi il momento in cui esso si allenta e perde la sua elasticità. Ho compreso che non è mai troppo tardi per amarsi. Per farsi forza ed affrontare la valanga di infamia che ti verrà buttata addosso sia direttamente che indirettamente.

Una persona a me cara non molto tempo fa mi ha detto che la coscienza non è negoziabile. Un concetto tanto profondo quanto complesso da analizzare scorporare e fare proprio. Da attuare.

Quindi oggi, nel mezzo di una tempesta che sembra non voler cessare senza feriti, mi sento di dire che il salto nel vuoto fa sempre paura ma rimanere fermi è ancora più angosciante 

Che ci vuole più coraggio a far cadere un castello di carte ed ammettere una crescita individuale diversa tra due persone ed una tossicità evidente, piuttosto che rimanere infelici ma realizzati od arrivati agli occhi di chi guarda da fuori.

Sono abituata da tempo a ricevere letame addosso. Per quanto non faccia piacere e ci siano delle giornate in cui tirarsi sopra la testa il piumone e non uscire di casa risulti essere l’unica soluzione per fingere che tutto questo non sia tangibile, si rafforza la mia consapevolezza che il mondo sia sciaguratamente abitato da persone al di sotto della mediocrità.  Involucri vuoti che sperano di riempirsi dei momenti di vulnerabilità altrui. Ma se c’è una cosa che ho appreso in 30 anni di vita non esattamente spensierati né facili bensì costellati da criticità e problematiche, è che la vita è totalmente imprevedibile. Siamo tutti su una barchetta individuale in navigazione. Ciò cui andiamo incontro possono essere sia i normali fenomeni atmosferici, sia quelli più veementi, furiosi e travolgenti. La barca si potrà riempire d’acqua e starà a noi avere la prontezza e la lucidità di svuotarla il più in fretta possibile. Talvolta la barca verrà sbattuta contro scogliere; si troverà a navigare i mari nel buio più totale; a sperare di scorgere una imbarcazione di soccorso od una luce che indichi la rotta.

Nel bel mezzo, però,  siamo soli con noi stessi e due remi.

E voló via …

Guardando il cielo stellato dal finestrino dell’auto la mente le torno là. A quella giornata di ottobre. Quando aveva preso la decisione. Una decisione giusta ma che le aveva lasciato l’amaro in bocca.

Ella guardò le stelle e non poté fare a meno di notare quanto esse brillassero. Quanto ogni cosa fosse rimasta esattamente la stessa, anche se dentro di lei tanto era cambiato. Erano mutate tante cose da allora. Alcune persone l’avevano ferita. Le avevano graffiato il cuore. non erano andate oltre la scalfittura per via della corazza che attorniava quel cuore delicato e un po’ ammaccato. Aveva tutto attorno come un cespuglio di rovi in modo tale che anche le persone più amate non potessero arrivare a ferirla troppo da vicino. Una sua precauzione. Una premura di cui non era più riuscita a fare a meno.

Il pensiero tornò alle stelle. Sperava fortemente che l’avrebbe perdonata. Che avrebbe capito che anche quello era stato un gesto d’amore. Sperava di avergli dato una seconda possibilità. Condita da amore.

Strinse i pugni stropicciando il pantalone. Due lacrime le rigarono il volto. Le aveva frenate talmente a lungo in quegli ultimi mesi. Ma il buio e il volto rivolto al finestrino celavano tutto. La luce dell’oscurità era dalla sua. Suo marito, accanto a lei, guidava. Occhi puntati sulla strada e la musica forte che echeggiava nell’abitacolo fecero sì che non si potesse presentire nulla.

Era infinitamente grata di averlo accanto a sé. Non ci avrebbe scommesso. Eppure si era rivelato una presenza solidissima. Ferma. Decisa.

Le lacrime presero a sgorgare copiose. La notte le inghiottì. Le ruote correvano sull’asfalto e lei vide passarle davanti ogni attimo velocemente. Non riusciva ad afferrarli e tenerli stretti a sé. Chiuse gli occhi. La speranza acuì le lacrime. Quando li riaprì le sembrò che dall’alto una stella brillasse un po’ più rispetto alle altre. Si voltò verso lui. Prese la mano che lui le porse e la strinse forte. La macchina venne inghiottita dall’oscurità della notte. Sparì.

Turgido

Anna si avvicinò allo specchio. Le ci vollero una manciata di secondi per trovare il coraggio ad alzare il volto verso la superficie riflettente. Sobbalzò. Aveva un grosso ematoma che le partiva dal sopracciglio destro ed arrivava fino allo zigomo dello stesso lato. L’occhio azzurro creava uno strano contrasto con il violaceo della botta. Provò ad avvicinare la mano, quasi incosciente, a toccare la ferita.

-Aaahh!-

Un urlo le uscì spontaneo dalla bocca. Involontariamente si portò una mano alla cavità. Lui non era in casa. Poteva permettersi di piangere, di urlare. Avrebbe, però, dovuto cercare di deviare il corso delle lacrime dalla parte destra del volto. Avevano preso a scendere copiosamente. Si rifiutava di scendere in farmacia da Maura. Era sicura la donna si sarebbe preoccupata nuovamente e l’avrebbe costretta ad affrontare suo marito.

Maura però non sapeva che, non appena lui era uscito per andare al bar a bere, quella mattina presto, Anna aveva iniziato a fare le valigie. Poca roba. Lo stretto indispensabili. Gli effetti personali. Aveva da poco aggiunto tutto il suo beauty case e la trousse dei trucchi. Al momento non se la sentiva di coprire la ferita con del fondotinta. Temeva la reazione della pelle già martoriata. Si recò in cucina nello scaffale più in alto. Estrasse la pentola più grande. Dalla stessa tolse le mazzette che ci aveva riposto per un periodo di tempo imprecisato. Erano abbastanza. Abbastanza per prendere il primo pullman all’alba del giorno dopo. Abbastanza per cambiare nome e ricominciare da capo. Abbastanza per sparire. Abbastanza per essere dimenticata. Cancellata.

Chiuse la porta dietro di sé e si avviò lungo il vialetto verso la casa della sua vicina. Bussò.

Anita aprì la porta. Si portò una mano alla bocca per fare morire l’espressione inorridita che le si era formata. Guardò Anna. “È ora?”

Anna annuì. L’abbracciò forte e le passò le due valigie. Senza voltarsi indietro ripercorse il vialetto verso casa. Quella sarebbe stata l’ultima volta che l’avrebbe attraversato in quel senso. Aveva organizzato il piano settimane addietro. Perlomeno a livello pratico. Alle 4 del mattino successivo si sarebbe svegliata …con le prime luci. Avrebbe raccolto le ultime cose e si sarebbe diretta verso casa di Anita, dove Matteo l’avrebbe caricata in auto e l’avrebbe condotta alla stazione dei pullman più vicina. Avrebbe preso il mezzo, tremante e angosciata dall’idea di averlo svegliato, e non si sarebbe voltata indietro. Matteo le aveva comprato un telefono usa e getta col quale avrebbe potuto contattarli non appena si fosse messa in salvo e avesse deciso la cittadina lungo l’oceano nella quale fermarsi.

L’oceano….. Le dava un senso tale di libertà e infinite possibilità che non aveva avuto alcun tipo di esitazione quando aveva cominciato a pensare a quale pullman prendere ed in quale direzione andare. Sarebbe stata abbastanza lontana.

Ora non le rimaneva che cambiare aspetto. Lui sarebbe rincasato ubriaco intorno a mezzanotte.

Avrebbe dovuto resistere solo quattro ore con lui nei paraggi.

-Mogano- lesse sulla confezione della tintura.

Anna sciolse la sua lunga e lucente chioma bionda. L’unica cosa che luccicava ancora in lei. Si osservò per qualche minuto. Anna sarebbe morta da lì a poche ore. Al suo posto, Alba. Disse addio ai suoi capelli. Dovette ricacciare indietro le lacrime. Le aveva portato via tutto. Ogni parte di sé. Finqiando non aveva capito che era già morta comunque. Di conseguenza doveva tentare il tutto per tutto.

Quando si tirò su, ecco Alba. Folta chioma mogano. Si calcó gli occhiali da vista sul naso. Ora sembrava una qualunque 35 enne con una vita normale, quasi noiosa.

Si preparò qualcosa da mangiare dopodiché si vestì con gli abiti che aveva scelto e si mise sotto le coperte simulando una dormita. Quando lui rincasó lei si paralizzò. Lo sentì infilarsi sotto le coperte. Dopo poco iniziò a russare forte. L’alcol lo aveva steso. Alle 4 si alzò. Terrorizzata all’idea di fare rumore. Si chiude la porta della camera dietro di sé. Passò in bagno. Dopodiché prese da dietro il divano l’ultima borsa. Accelerò verso la porta d’ingresso. La aprì. Si guardò indietro con l’ansia una mano l’afferrasse e la riportasse in casa. Iniziò a correre in direzione della casa dei vicini. La porta si aprì. Anita l’abbracciò forte e caricò quell’ultima borsa sulla macchina. Le chiuse la portiera e Matteo mise in moto. Anna chiuse gli occhi. I battiti del cuore non la smettevano di scandirle il tempo.

O

Ferma

“It must have been love

Buy it’s over now

Lay a whisper

On my pillow…”

Zoe si aggirava distesa, calma, nel reparto surgelati. La musica nella sue orecchie e la voce di Roxette nella testa. Canticchiava. Chi aveva voglia di mettersi a cucinare una volta rincasata da lavoro?

“Pizza express salamino verace €3,50” lesse ad alta voce. Quella sera necessitava di una golosità.

Aprì la porta frigo ed estrasse il cartone della pizza.

“Aaaah!”

“Ahhaah!”

Zoe arrestò la musica dal suo cellulare per cercare di afferrare il significato di quelle improvvisa grida. Stava cercando di captare qualcosa quando intravide tra le corsie delle mosse leste, fulminee.

Dei ragazzi correvano nella sua direzione cercando di disperdersi. Urlavano parole confuse. Una donna piangeva. Un ragazzo incespicò e cadde poco più in là.

Uno sparo. Zoe impallidì. Il telefono le scappò di mano. Atterrò sul pavimento emettendo un suono pungente, acuminato. La sua cena si riversó sullo stesso.

Ad un tratto una scena inverosimile. Improbabile. Illogica. Ma vera.

Una coppia di uomini visibilmente contrariati agitavano in aria una pistola mentre esortavano con l’ausilio di parole minacciose il cassiere. Zoe si accucciò velocemente a terra cercando di recuperare il telefono caduto poco più in là.

Ad un certo punto lo trovó. Allungando la mano per afferrarlo urtò qualcosa. Era nero, lucido e robusto. Uno scarpone. Il cuore le si fermò in gola. Raccolse tutto il coraggio che aveva per alzare lo sguardo sopra di sé. Uno degli uomini mascherati stava lì: svettava sopra di lei. Calciò via il cellulare. La fissò con occhi gelidi, grandi, scuri. Indirizzò l’arma verso di lei. In quell’istante Zoe non avvertì più nulla attorno a sé. Il cuore le martellava nel petto. Le sue pulsazioni avevano creato una sorta di schermatura tutt’attorno. Sentiva solo le orecchie lederle e la testa comprimerla sempre più. La vista le si annebbiò. Sopra di lei, il volto quasi del tutto coperto dell’uomo le appariva pixellato. Indistinguibile. Irriconoscibile. Vago.

L’uomo spinse verso l’alto il caricatore perché Zoe fu quasi certa di aver sentito un -click- piuttosto forte, inconfondibile. Levò la sicura abbassando la levetta nella parte alta e posteriore della pistola.

Il movimento metallico che seguì fu quello della parte superiore dell’arma tirato indietro per caricare la canna con le munizioni.

Passò un lasso di tempo incommensurabile.

Un urlo dietro di lei. Sembrava quello di un ragazzino. Straziante. Lacerante. Zoe rimase impietrita. Non riuscivano ad uscirle versi dalla bocca. Aveva poca saliva. La bocca asciutta. Le corde vocali dovevano essersi paralizzate. L’uomo prese la mira. Tirò verso di sé il grilletto. Zoe strinse i pugni e chiuse gli occhi. Nella sua testa il buio.

Si udì uno sparo.