I 30 anni per molti rappresentano un giro di boa. Accade qualcosa, di incalcolabile, di imprevisto e di non contemplato perché, si sa, certe accadimenti non pensiamo possano riguardare direttamente noi. È sempre qualcosa che accade “al vicino”…
Invece no. Io non faccio eccezione.
Me sono resa conto anche quando tre anni fa mi sono trovata a fissare un test positivo.
Me ne sono resa conto quando mi sono accorta di aver amato la persona non giusta per me.
Il giorno del mio trentesimo compleanno, scattata la mezzanotte, stavo piangendo. Avevo osato gioire troppo. Saltellare, perfino. Ero stata prontamente redarguita e rimessa al mio posto.
Quando soffiai quelle candeline agoniate per tanto tempo, realizzai che qualcosa doveva cambiare. Mi sono a lungo schermata dietro la speranza che potesse cambiare.
“Sono solo un resto di speranza
Perduta tra la gente” diceva la Vanoni.
Speranza che quella mano che mi aveva più volte ferita, non si alzasse ancora minacciosa e si schiantasse su una parte del mio corpo. La speranza di avere più valore di un pane perfettamente sfornato. La speranza di valere più delle male parole pronunciate da persone di dubbia levatura culturale .
Ho vissuto di speranze.
In quanto essere imperfetto, come una pianta che ha bisogno di luce e di Acqua ma che viene posta vicino ad una fonte di calore diretto ed annaffiata poco e niente, sono andata via via spegnendomi. ho fatto mie condotte non lusinghiere. Sono arrivata a pensare che il mio posto nel mondo fosse a ragione veduta un perimetro ben definito, poco illuminato ed inospitale… perché come si può dolersi o rammaricarsi quando in apparenza hai un partner che lavora sodo ed è bravo nel suo? Quale persona assennata ed accorta avrebbe voluto dare una mano di bianco a questa esistenza ?
Ad agosto ho maturato dentro di me la consapevolezza che, per quanto si possa tirare un elastico, arriva prima o tardi il momento in cui esso si allenta e perde la sua elasticità. Ho compreso che non è mai troppo tardi per amarsi. Per farsi forza ed affrontare la valanga di infamia che ti verrà buttata addosso sia direttamente che indirettamente.
Una persona a me cara non molto tempo fa mi ha detto che la coscienza non è negoziabile. Un concetto tanto profondo quanto complesso da analizzare scorporare e fare proprio. Da attuare.
Quindi oggi, nel mezzo di una tempesta che sembra non voler cessare senza feriti, mi sento di dire che il salto nel vuoto fa sempre paura ma rimanere fermi è ancora più angosciante
Che ci vuole più coraggio a far cadere un castello di carte ed ammettere una crescita individuale diversa tra due persone ed una tossicità evidente, piuttosto che rimanere infelici ma realizzati od arrivati agli occhi di chi guarda da fuori.
Sono abituata da tempo a ricevere letame addosso. Per quanto non faccia piacere e ci siano delle giornate in cui tirarsi sopra la testa il piumone e non uscire di casa risulti essere l’unica soluzione per fingere che tutto questo non sia tangibile, si rafforza la mia consapevolezza che il mondo sia sciaguratamente abitato da persone al di sotto della mediocrità. Involucri vuoti che sperano di riempirsi dei momenti di vulnerabilità altrui. Ma se c’è una cosa che ho appreso in 30 anni di vita non esattamente spensierati né facili bensì costellati da criticità e problematiche, è che la vita è totalmente imprevedibile. Siamo tutti su una barchetta individuale in navigazione. Ciò cui andiamo incontro possono essere sia i normali fenomeni atmosferici, sia quelli più veementi, furiosi e travolgenti. La barca si potrà riempire d’acqua e starà a noi avere la prontezza e la lucidità di svuotarla il più in fretta possibile. Talvolta la barca verrà sbattuta contro scogliere; si troverà a navigare i mari nel buio più totale; a sperare di scorgere una imbarcazione di soccorso od una luce che indichi la rotta.
Nel bel mezzo, però, siamo soli con noi stessi e due remi.